HA PORTATO LA NATURA IN CITTÀ
La civiltà d’oggi nelle metropoli, opaca, convulsa, insana, la vita che tende a chiudere l’uomo tra la macchina e l’ufficio, ha creato la necessità dell’evasione, la spinta verso la natura, l’aria aperta, il mare, la montagna. Una spinta ancora cieca, da non confondersi con il vero amore per la natura, ma forte e pressante. Ha creato pure un nuovo tipo di artista, il pittore che porta la natura in città, con un’operazione assai diversa, direi più complessa, più nervosa e sottile, di quella dei pittori dell’Ottocento. I macchiaioli dipingevano all’aperto e portavano le loro tavolette a Firenze. Il pittore del quale io parlo, se fosse vissuto nell’Ottocento, forse avrebbe fatto altrettanto. Oggi, costretto a vivere nella metropoli, frequenta la natura saltuariamente, per lo più d’estate, ma di quel bagno, che lo rinnova e lo esalta, vive per tutto il resto dell’anno. Chiuso nello studio cittadino egli rivive l’aria, il sole, la luce, e tutti i suoi contatti con la natura, che l’ hanno mondato dello “smog” cittadino, e in un certo senso purificato. E’ la memoria, e la potente leva della nostalgia, a dettargli il quadro.
Filippo Alto è un esempio tipico del pittore di memoria che porta la natura in città. Complicato da un’altra nostalgia, ancora più fonda e antica, quella per la terra natale, la terra solare che tutti i meridionali portano nel cuore. Pittura di sentimento e di memoria, si potrebbe rapidamente definire, la sua. Attualissima, da quando è in atto il recupero dell’oggetto, e, insieme, con esigenze particolarmente sentite dai giovani, il ritorno ai sentimenti, o meglio la loro riconquista.
La pittura di memoria è squisitamente mentale. Tutta la pittura, per la verità, è mentale, perché il solo istinto non basta a organizzare un quadro (qui il discorso porterebbe lontano) ma è chiaro che nel “plein-air” certe operazioni, di scelta, di taglio, di rapporti, di eliminazione del particolare inutile, e così via, devono avvenire rapidamente, mentre nella pittura di memoria tutto passa attraverso un filtro, che lentamente depura, decanta. Filippo Alto, vivendo a Milano, dipinge il Sud, la sua Puglia. Case, cieli, alberi, che egli vede come al di là di una finestra, in un gioco compositivo che lega l’interno all’esterno. L’interno è di una casa, morbida, pigra, con oggetti di un’intimità borghese d’altri tempi, lo specchio ovale, le tende a colori, il vaso “liberty”; l’esterno è un “vero” rivissuto liricamente, sia nell’impaginazione che nella grafia e, soprattutto, nel colore.
La fusione avviene per virtù d’incastri compositivi e di piani che si intersecano, per un segno a volte filante, leggero, aereo, a volte fitto, scattante, e per un colore che, partendo dal vero, si trasforma come un verso lungamente martellato in una particolare direzione. I sottili grigi cercano un loro difficile equilibrio coi viola e coi rossi, i bianchi si espandono a guisa di nebbie, e donano spesso al quadro una chiarità un poco lunare. Certo esistono parentele con la neo-figurazione, ma la partenza di Alto è di un osservatore-amante della natura e della luce e, quasi di conseguenza, mai fredda ed esclusivamente mentale, come nella maggior parte dei neo-figurativi. L’emozione diretta è alla base, il ricordo esalta e approfondisce l’emozione, mentre l’intelligenza disciplina la resa. Ne risulta una pittura che, al suo meglio, esprime una specie di remoto incanto, di struggente malinconia. Un sogno colto, raffinato, di sapore, se si vuole, letterario, ma condotto sempre con i mezzi propri al pittore, e risolto da pittore.
Una recente visita allo studio Filippo Alto, nella sua nuova casa milanese, affacciata su una tranquilla viuzza sospesa tra due golfi di clamore, mi ha convinto del continuo progredire di questo ancor giovane artista meridionale.
Il colloquio con la terra lontana, che è in definitiva il colloquio con la natura, s’è fatto più ricco, più maturo e più consapevole. Restando tuttavia suo, personalissimo, del pugliese Alto a Milano, anche se investe pensieri, sentimenti, rabbie e nostalgie che stanno diventando comuni a tutti coloro che sono costretti a vivere nelle disumane metropoli fiorite all’ombra della civiltà delle macchine.
RENZO BIASION