BRIVIDO D’ETERNO

                                                 Decifrare il codice del dolore

          Quanto si è scritto sul dolore? Montagne di libri. A guardar bene, tutta la letteratura è percorsa dal filo del dolore fisico e morale, e non c’è personaggio che ne vada immune. Si scrive sul dolore, diceva il critico abruzzese Giovanni Titta Rosa, per mettersi al riparo dallo stesso: ma era il primo a sorridere di quella sua battuta dal sapore scaramantico, che faceva molto D’Annunzio della “Figlia di Jorio”. Egli sapeva come e meglio di molti altri, che il dolore nasce con noi: sta lì in un angolo dell’anima allo stato larvale, ronza come una bomba a orologeria, fin che - venuto il tempo - esplode, prendendosi la sua quota di vita.

          “Debole forza ha l’uomo,/angosce inani, e in poca vita pena sopra pena”, cantava Simonide testimoniando la nostra sofferenza obbligata dentro  margini obbligati, e quell’anticipo di morte che in tutto ciò è racchiuso. Morte dall’orrida densità materiale, e l’infinito nulla sul quale sono espliciti molti testi antichi.

Poi venne un uomo chiamato Gesù a sconvolgere in toto l’esperienza dell’esistere e, con essa, la valutazione del dolore. Perfino i non credenti, dopo di lui, non ebbero più la certezza che la sofferenza fosse una gratuita ingiustizia (anche la Bibbia veicola in qualche modo questo pensiero); dopo di lui, la sofferenza poteva produrre, al massimo, disperazione (mancanza di speranza), non tragedia.

          Non a caso la letteratura contemporanea è piena di disperazione: mentre la tragedia rimane confinata nel contesto della grecità con il suo radicato, cieco e sommamente terribile pessimismo. Gesù rinnova in noi il sistema delle morali, e ci mette nel sangue il brivido dell’immortalità. E non importa che alcuni avanzino l’ipotesi che egli non sia mai esistito, vista l’impossibilità di spingerlo nella gabbia “delle moderne categorie storiche, esegetiche ed ermeneutiche”; se anche così fosse, se per assurdo pregassimo un fantasma, rimarrebbe pur sempre la sua dottrina antitragica, di bontà, di sollievo, la dottrina della Croce che riscatta dalla croce del dissolvimento ultimo.

          Il Signore ci dà la sua parola che la sofferenza espìa, purifica e santifica. Associandoci alla sua immagine di Dio dei dolori e - per essi - Dio della resurrezione, ci solleva dalla terra e ci avvia alla conquista del Regno. Niente di più consolante. Ma nel letto dello strazio o sulle spine di problematiche angoscianti e crudeli ferite dell’anima, quanti dubbi, risentimenti, domande. Coloro che, come me, non hanno ancora avuto la grande croce e sotterraneamente l’aspettano, con immensa fatica immaginano il modo di vivere il rapporto fra questo mondo e l’altro mondo di chi è inchiodato al legno del Calvario. Si è fulminati talora da intuizioni , da lampi, ma il punto di intersezione è difficilmente coglibile: chi soffre acerbissimo dolore respira in un proprio universo. Un universo che non può essere vuoto: o è abitato dalla disperazione o, più facilmente, è abitato da Dio che ha fatto del penare il sommo grado della carità. Si sono visti condannati a morte - innocenti - salire il patibolo col sorriso sulle labbra; malati cronici attestarsi felicemente nelle peggiori condizioni di disagio; tormentati dalla sventura riconoscere in essa l’unica via di salvezza spirituale. Ma per capire, noi abbiamo bisogno di quel sorriso, di quella quasi tangibile felicità. E al proposito, voglio raccontarvi una storia dell’altro ieri dal sapore di fioretto - quella che mi ha indotto a scrivere queste riflessioni.

          L’inizio della vicenda risale alla vigilia di Natale dell’anno scorso. Dalle parti di Ancona, un incidente di macchina scaraventa in fondo a un burrone la famiglia del pittore Filippo Alto, un artista squisito che aveva in tasca la laurea di ingegnere, ma non aveva mai iniziato la professione per amore dell’arte. Un elicottero compie la difficile opera di recupero dei feriti, e subito il più grave appare lui, Filippo, uno e novanta di altezza, mani grandi come badili, sorriso ingenuo e, nell’insieme, un’aria protettiva, dolce e rassicurante. Lo mandano in rianimazione, tutto morto tranne il cervello che incredibilmente funziona. Quando la moglie e i figli emergono dalle bende, si trovano di fronte quel Lazzaro intubato, fasciato, legato a non so quante macchine, che ha la sola facoltà di girare le pupille e atteggiare le labbra a parole senza suono. E’ l’inizio di un Calvario che durerà nove mesi. Confitto sul legno della penitenza per vari ospedali e infine in Svizzera a Nottwill, vicino a Lucerna, dove si spera di operare (ma l’unica prospettiva sarà infine il polmone d’acciaio), Filippo Alto spira la sera del 26 settembre. E mentre se ne va, le campane del paese si mettono a suonare a festa, ed è in quella manifestazione di gioia che si stempera il pianto di chi gli sta intorno.

          L’esame della sua lunga malattia, in cielo ha meritato dieci e lode; e Dio vuole esternare il proprio compiacimento. Sorridete pure, se l’idea del soprannaturale vi fa sorridere. Certo, ci sarà stata qualche occasione particolare perché le campane suonassero alle 9 di sera. Ma le coincidenze non avvengono quasi mai per caso. Basta pensare che, a causa di certi dolori, la stanza del sofferente diventa una mistica chiesa e il letto un altare dove si consuma il sacrificio, per credere ai segni. Il guaio è che di segni abbiamo bisogno, e sempre li invochiamo.

          Per Filippo Alto non ci era bastata la sua tremenda sottrazione all’arte, la sua solare arte barocca, il suo mondo di rosa e di viola, le mille visioni - negate alle mai - che si saranno affastellate nella sua mente durante la lunga agonia, e la muta preghiera di cristiano da sempre militante che avrà dipanato in quei luoghi senza stagioni né colori né suoni. Non ci era bastato misurare, intuire, per essere certi della predilezione di cui Dio l’aveva fatto oggetto. Eppure quante volte, nel momento centrale della Messa, ci uniamo alla supplica coraggiosa che il sacerdote rivolge al padre: ”Fa di noi un sacrificio perenne a Te gradito”. Quale sacrificio? In fondo i casi della vita ci offrono spesso l’occasione per scoprirci meno credenti di quanto presumiamo essere: non solo lavoriamo di continuo alla rimozione del dolore, ma quando il dolore ci passa accanto non sappiamo decifrarne il codice.     

                                                                         CURZIA FERRARI