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La città e il mare (1)

 

RADICI NELLA PIETRA

   

         La lastra litografica possiede, fra le altre virtù, quella di restituire la magia della luce: fortunato l’artista che sa estrarre da essa, con attenzione e perseveranza, questo potere. Filippo Alto è fra questi, come potete vedere contemplando le tre litografie bellissime di questa cartella, che celebrano con matura unità stilistica i fasti di Martina Franca, gioiello delle Murge Tarantine, luogo di elezione di un barocco meridionale sincrono, nella sua ricchezza, alle architetture naturali dell’ulivo, della vite e del noce.

         C’è il sole del tempo fermo dei meriggi d’estate, nelle sue litografie. L’ocra sbiancato dei muri, il rosa ciclamino delle pareti illuminate, il violetto cinerino delle zone d’ombra - dominanti tonali, da sempre, della pittura di Alto - qui s’accordano in un giuoco di rimandi per esaltare i trionfi della luce. E gli arabeschi vegetali, che la mano dell’artista ha disegnato traendone le stesse sinuosità estrose delle vestigia del barocco, introducono come un’aura di freschezza, smorzano l’abbacinìo solare.

         Ne risulta che il meriggio non grida l’arsura, non trasporta sotto le mura il canto delle cicale impazzite, come vuole la rappresentazione dell’estate nel Sud. E’ un meriggio dolce, di sopportabili colori, protetto da un silenzio antico. Non bruci e non smanii, in questo meriggio pacato; forse perché la brezza marina arriva fin quassù dal golfo di Taranto, o perché le pietre medioevali della città, rinnovate dagli Angiò, trattengono col loro spessore tante ombre.

         Meriggi così, bagnati dalla stessa luce rosa, io li ho trovati soltanto in Provenza, nei paesaggi che non a caso piacquero a Bonnard e ai fauves, pittori tutti dell’immersione del colore nella luce come Filippo Alto. Detto questo, stabilito che Alto appartiene - fuori da riferimenti troppo espliciti a scuole e tendenze - alla schiera dei pittori che in tutti i tempi hanno preferito lasciarsi guidare, nella ricerca cromatica, dal calore dei sentimenti, dall’empito lirico della rappresentazione della natura, credo di non dover insistere oltre sul “meridionalismo” della sua pittura.

         Certo: la fedeltà tematica al paesaggio pugliese è confermata anche da queste litografie su Martina Franca, con trepida intensità. Fin da quando, ingegnere trasferitosi al Nord, decise di lasciare la professione per dedicarsi alla pittura, Filippo Alto ha rappresentato di preferenza la propria terra. Dai paesaggi aperti della Valle d’Itria, agli inizi degli anni Sessanta, fino alle solide masserie di Locorotondo e ai trulli candidi di Alberobello, tutta l’opera ormai più che ventennale di Alto si riassume in un unico fervido progetto: raccontare l’eterno ritorno del figliuol prodigo alla casa paterna, dare conto giorno per giorno di una recherche del tempo perduto e ritrovato. Varie sono state le tappe stilistiche del percorso, come sa chi abbia seguito il lavoro di questo artista serio e preparato, che ha sempre affrontato e risolto in proprio, con umiltà, tutti i problemi tecnici e sintattici del disegno e del colore. Ma l’attenzione via via concordata al fauvisme, ai buoni paesaggisti del Novecento italiano, ai maestri della Scuola Romana e soprattutto alla neo-figurazione, cui ha imprestato le regole per la scomposizione fantastica della realtà, non è mai riuscita a sviarlo dai sempre ricorrenti contenuti attinti alla terra natìa. E per affrontare i lunghi, operosi inverni nel suo studio di Milano ha sempre avuto bisogno di ricaricarsi, ogni estate, con altrettanti lunghi soggiorni nel suo trullo della campagna tra Alberobello e Martina Franca diventato atelier, cenacolo, stanza dei sogni. 

Continua.......

 

La città e il mare (2)

 

           

Architettura

 

Balcone

Le ombre del paese (facciata)

 

Le ombre del paese (balcone)

Fregio,1987

 

Il chiostro,1985