Clicca i titoli delle opere per ingrandirle

 

UNA COSTRUZIONE METAFISICA

 

         Di fronte alle ultime opere di Filippo Alto, pensandole nel contesto dell’attuale pittura in Italia, il primo impatto si condensa in un fiato di serena poesia, nutrita di pittura. E’ la ragione del mio avvicinamento a questa pittura che, come mi sono sempre più convinto conoscendo da vicino il personaggio Alto, vince la fatica del fare perché mira a un risultato di poesia, ma nel “fare” non evita alcuna difficoltà, non sfugge ai problemi del linguaggio e delle tecniche. Assai isolato, Alto si è riproposto i termini della pittura moderna, quei problemi di stile che non sono necessariamente intellettuali e interdisciplinari, che devono invece essere definitivamente risolti come pura pittura.

         Nascono così quei paesaggi pugliesi che portano dietro il ricordo del sole e di antiche memorie civili. Ieri vedevo alla televisione i gioielli delle civiltà della Magna Grecia e di Roma, dissepolti in pericolosa contingenza di nuove costruzioni in quel di Canosa di Puglia. Con questo sottosuolo, si capiscono certi segreti dell’arte attuale di certi pittori come Alto, di cui non ti potresti spiegare l’arcana poesia senza questi richiami a cose che ci portiamo nel sangue ma che non sono state vissute.

         Senti per esempio che nella pittura di Alto c’è una costruzione di ordine metafisico che la sottrae al naturalismo postimpressionista, ma che tuttavia tale ordine non è del tipo intellettuale del postnovecentismo, che ora, tra l’altro ritorna di moda.

Filippo Alto organizza i suoi paesaggi, i suoi esterni e interni, sui temi di cui di recente discorremmo in occasione della sua bella cartella di incisioni, raccogliendo i particolari non trascurati in una sorta di poemetti dove non c’è indulgenza per un’analisi che rimane tale. C’è invece la volontà di costruire un quadro all’antica, quando sembra che il pittore voglia dire   tutto in un quadro solo, come fosse l’atto supremo con cui ci si consegna alla storia. Un mezzo “tecnico” (ma è già alla fase linguaggio) è l’unificazione cromatica in quei rossi e gialli dominanti che appaiono come raggi di sole serotino, contrappunto musicale di amori lunghi con un territorio, che è il suo, di meridionale pugliese.

         Un ricordo del sole sulle ocre dei colli, come fatto permanente di commozione poetica, di colloquio durevole con un paesaggio in cui avvengono i fatti della vita. In una città come Milano, Alto ha saputo conservare con gelosia questo suo mondo che ci parla di antichi miti, così diversi dai nostri provvisori, in perenne cangiamento.

                                                                 

                                                                   RAFFAELE DE GRADA

 

       Veduta, 1970

La balaustra, 1971

Il terrazzo e l'uva, 1973

Il muro, 1973

 

 

La pianta, 1973

 

Il cespuglio e la rete,

La murgia, 1976